Il pane di nonna

Non ho mai visto nessuno impastare ed essere triste.
Forse è impossibile, non si può essere tristi quando ciò che le tue mani stanno creando è essenzialmente vita, che cresce, che si trasforma.

Io e nonna a fare il pane

Mia nonna mi raccontava sempre che per lei il pane rappresentava la vita e devo dire che crescendo, ho capito sempre di più cosa volesse dirmi.
Impastare è un po’ come creare dei piccoli sogni, che piano, piano diventano grandi, solo se sei riuscito ad amalgamarli bene e a prendertene cura.
Quando ero piccola, osservavo sempre mia mamma e mia nonna impastare il pane.
Guardavo questa polvere bianca, che con l’acqua diventava sempre più elastica, fino a gonfiarsi e la si poteva sentire, quasi, respirare, quando la si lasciava riposare per alcune ore, mentre completava la lievitazione (nonna diceva che “criscìa”…
Vedevo i loro visi felici, sorridenti.

Il pane è l’antipodo della staticità, della fretta, del disequilibrio.

Fare il pane ti insegna a rispettare i “tempi”, a saper aspettare, a vivere l’attesa, senza impazienza, consapevoli del risultato finale.
Quando si fa il pane c’è bisogno di pazienza, di movimento, di equilibrio, di passione.
Ho sempre pensato che quel miscuglio di acqua, lievito e farina non sarebbe mai lievitato, senza l’amore.
Infatti dicevo sempre :”Da grande voglio fare questo, saper impastare, avere sempre le mani sporche di farina. Da grande voglio essere felice”.
E’ sempre stato questo il punto.
Il momento nel quale si preparava il pane, per me, ha sempre rappresentato, nient’altro, che la felicità.