L’odore pungente della juta

Odore di Juta

L’odore di juta si spandeva per tutto il cortile.
Ero una bambina e mi chiedevo come facesse quel profumo a rimanere così intenso per giorni.
Continuavo a sentirlo, anche quando mi sedevo sotto la pianta di fico a leggere “La collina dei conigli”.
Quel libro fu il primo che lessi, un regalo di mamma.
Galeotto, seppe portarmi in un’altra dimensione, quella delle parole, dei sogni vissuti e dei desideri.
Da quel momento non mi fermai più, continuai a leggere, cercando anche un po’ di imitare mia mamma.
Lei mi raccontava che a 15 anni aveva letto “Il rosso e il nero” di Stendhal e tanti altri capolavori della letteratura che solo a sentirli nominare, mi facevano sentire ancora più piccola di quanto già non lo fossi.
Volevo diventare come lei, viaggiare con la mente, essere pronta ad affrontare la vita con un bagaglio ricco di esperienze e sentivo che potevo farlo, anche stando seduta, sotto il fico del mio cortile, a leggere un libro.
Mi ha sempre insegnato questo, mia mamma.
Mentre aspetti di fare una cosa, che magari ti piace, non stare fermo, fai altro e prendi e apprendi da ciò che fai tutto quello che di buono c’è.

Leggendo ho imparato a guardare oltre, oltre la superficie delle cose, oltre la coltre di polvere che spesso avvolge un pensiero, a scrutare le sfumature più recondite di una persona, di un luogo, di una storia.
Così mi sono ritrovata a scrivere, sempre per imitare un po’ lei, sentendo dentro di me quell’ostinata voglia di raccontarmi.
A chi? Non lo so, forse semplicemente a me stessa, o alle pagine del mio diario. Loro di certo mi avrebbero capita.

Quanti anni sono passati da quei momenti?
A volte mi sembrano cento, altre soltanto due.
La verità è che mi piace pensare che nonostante il tempo, io sia rimasta la stessa di allora, di sempre.
Con la mia voglia di viaggiare e non solo nel mondo, di scoprire e non solo altri luoghi e di conoscere tutto.

Mi sembra di essere tornata indietro, a quando tenevo un diario tutto mio, durava sì e no un mese, poi ne prendevo un altro e continuavo a scrivere.
Ne ricordo uno in particolare, come se lo tenessi in mano oggi.
Aveva la copertina grigia con delle nuvole. Non mi è mai piaciuto e solo a pensarci mi viene molta malinconia.
Sarà perché rappresenta per me uno dei periodi più brutti, quello nel quale le mie due nonne ci lasciarono.
Ci sono momenti nella vita di un essere umano, ma specialmente di un bambino, nel quale c’è uno spartiacque che divide totalmente un lasso dell’esistenza dall’altro. Per me quel periodo rappresentò uno di quei momenti.

Mi ritrovai rapidamente e senza accorgermene da essere una bambina che attendeva con ansia la torta margherita di nonna Santina e il panettone da nonna Iolanda, a una bambina che si sentiva già più grande e già molto più sola.

Nella sezione “Il pane di nonna” c’è una foto di nonna Iolanda, la mamma di mio padre, mentre prepara il pane, ma non c’è una foto di nonna Santina.
Ieri sera pensavo “Mi piacerebbe tanto far vedere una sua foto”, lei non le amava molto, ma ce n’è una in particolare che adoro e che da poche settimane a questa parte è entrata ancora di più nel mio cuore.
Vi chiederete perché, beh ve lo spiego subito.

Questa è la copertina del libro di mia mamma.
Le mie ginocchia sbucciate.
È incredibile quanto un titolo possa raccontare così tanto di una persona, di un’esistenza.
Immagino già la sua faccia quando leggerà questo articolo, lei è una persona estremamente discreta, non ama mettersi in mostra, ma con le sue parole, le sue storie, riesce a raccontare non una vita, ma mille.
Mille vite che si incontrano, si sfiorano, si allontanano e poi si ritrovano, parole nelle quali ognuno può rispecchiarsi e che sarebbe un peccato tenere nascoste, costrette a restare su un foglio word o sulla pagina di un’agenda.

Ricordo ancora i primi suoi scritti che lessi.
Andai a rubare di nascosto un grande libro verde e rosa, che teneva durante i primi anni di matrimonio e che probabilmente aveva letto soltanto papà, il suo primo fan in assoluto, l’uomo che è riuscito a spronarla ogni giorno, nel rincorrere le sue passioni e nel condividerle.
Mi innamorai delle sue parole e da quel momento diventai la sua lettrice ufficiale, assaporavo ogni racconto e così cominciai a conoscerla molto di più.
Già, sembra strano da leggere, ma è così, spesso anche le persone più vicine hanno dei piccoli luoghi che non riusciamo a visitare, se non con la voglia di farlo e con la capacità di guardare oltre, come dicevamo prima.

Il libro è uscito da poche settimane e non è ancora stato presentato, ma io ci tenevo davvero tanto a parlarvene.
Ma cosa racconta davvero questa fotografia?
Quale sentimento, quale profondo significato racchiude in sé?
Per me qualcosa di meraviglioso e di così intenso, che non riesco a spiegarlo con le mie parole, perciò lo faccio con quelle di mamma, che è riuscita a carpire tutta la bellezza di questo scatto del ’43, che riesce a raccontare, attraverso gli sguardi, l’amore viscerale e la vita di una famiglia.

“La fotografia della copertina è stata eseguita in uno studio fotografico di Cremona, nella primavera del 1943 e raffigura mia madre, Adele Santina Mazzolini, di appena 23 anni, con i miei due fratelli Cesare del 1939 e Mario del 1940, quando la Seconda guerra mondiale sconvolgeva tutta l’Europa e non solo.

Sui libri di scuola abbiamo letto molto sulle ragioni politiche e storiche di questo terribile conflitto, siamo stati informati delle battaglie, delle strategie e dell’immane numero di vite umane sacrificate sull’altare della Patria, ma pochissimo, si è parlato di ciò che questo ed altri conflitti, hanno significato all’interno delle famiglie.

Mio padre Angelo, classe 1917, era di leva allo scoppio della guerra e fu subito inviato sul fronte Jugoslavo, lasciando a casa mia madre e i miei due fratelli, che vissero gli anni del conflitto con i nonni materni Clotilde ed Emilio.

Conoscendo la riservatezza e la ritrosia di mamma per le fotografie, immagino il suo stato d’animo, quando papà, in una delle sue rare lettere inviate alla famiglia, le chiese una fotografia che raffigurasse le persone più care che aveva al mondo, fotografia che riuscisse a ricordargli che, oltre le brutture della guerra, c’era l’amore di sua moglie e dei suoi piccoli, che lo aspettavano.

E’ inutile dire che questa immagine mi ha sempre molto emozionata ed ancora mi commuove fino alle lacrime, soprattutto ora che Cesare ci ha lasciati. Avrei tanto voluto vederlo emozionato, a sua volta, nel guardarla, ma mi piace pensare che lo farà ugualmente, probabilmente insieme a mamma e papà.

Ringrazio, con tutto il cuore, mio fratello Mario, al quale voglio un bene immenso, che ha sostituito i miei genitori e che riesce, nonostante la distanza, a farmi sentire di avere ancora una famiglia, preoccupandosi per me e per i miei ragazzi.

Una fotografia ritrovata, in questo caso, rappresenta un momento di vita passata, rubato alla dimenticanza e all’indifferenza, che riesce a regalarci un ideale incontro con le persone che abbiamo amato e che ameremo finché avremo vita.”

Una fotografia ritrovata, una storia antica di amore, di guerra, di rinascita.
Quanto potere ha l’amore, in ogni sua forma?
Quanta storia c’è dietro a tutto ciò che tocchiamo e respiriamo ogni giorno?
Oggi ho voluto condividere con voi queste emozioni, così intime e forti, mi ero ripromessa di non piangere, ma non ce l’ho fatta.

Mentre vi scrivo, mi sembra di risentire il profumo di quei piccoli foulard, che mia nonna indossava sempre e custodiva come fossero gioielli preziosi.
E nel frattempo riguardo i loro occhi e la loro bellezza, che sull’azzurro della copertina, risalta nel modo più intenso, rileggo le parole di mamma e torno un po’ indietro nel tempo, in quel piccolo spazio che tutti noi abbiamo creato, nel quale non ci sentiamo più soli e che curiamo come un rifugio, lo decoriamo con i quadri dei nostri ricordi migliori e lo chiudiamo a chiave, ogni volta, con la doppia mandata.

Avete anche voi il vostro rifugio segreto, nel quale non c’è tempo né spazio, ma solo ricordi, nostalgie, amore?
Mi piacerebbe leggere le vostre storie e scoprire insieme quanto i confini dei sentimenti, in realtà non esistano.

Vi abbraccio
Roberta

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